La carne, in un ritratto a olio, non si dipinge: si costruisce. Strato su strato, velatura su velatura, finché la luce non entra nella pittura, tocca il fondo e torna indietro attraversando quello che nel frattempo è diventato un reticolo di vene, di sangue, di pelle. Non è un effetto ottenuto. È il modo in cui la luce si comporta davvero dentro un corpo.

Dipingo ritratti per arrivare lì. Non per riprodurre una faccia — per quello basta una fotografia — ma per raggiungere ciò che una faccia tiene insieme: le mani, che dicono più della bocca; il movimento sotto le pieghe di un vestito; l’espressione che non è ancora diventata del tutto un’espressione.
La tecnica non è il fine. È il mezzo per rendere la pittura abbastanza trasparente da lasciar passare qualcuno.
Guardare un volto abbastanza a lungo, però, porta a una domanda che non è più pittorica. Che cosa rende quella persona quella persona, se in trent’anni non le è rimasta una sola cellula al suo posto? Che cosa permane, quando tutto ciò che compone qualcosa si è sostituito?
Me la sono portata dietro per anni, dal cavalletto ai libri. Ne è nato l’Unitismo: un’ontologia relazionale, il tentativo di rispondere con il rigore che la domanda merita invece che con una suggestione.
Sono due strumenti per lo stesso gesto — guardare una cosa finché non si vede che cosa la tiene insieme. Il pennello lo fa su un volto per volta. Il pensiero prova a farlo su tutto il resto.

Da qui si va in due direzioni, e portano allo stesso posto.
